Gli animalisti scendono in piazza contro la legge «ammazza orsi» della Provincia di Trento dopo l’abbattimento di M90.
Il presidente Maurizio Fugatti non arretra di un passo e annuncia che saranno eliminati otto orsi problematici all’anno. Fatto sta che, quasi un anno dopo la morte di Andrea Papi, ucciso da JJ4 mentre faceva jogging, il problema della convivenza è lontana uomo -orso dall’essere risolta. «È perchè non vengono ascoltati i tecnici» sostiene Marco Apollonio, zoologo dell’Università di Sassari e tra i massimi esperti a livello nazionale in materia grandi carnivori.
E cosa dicono i tecnici?
«Dicono che un orso pericoloso non deve stare in natura. Per pericoloso intendo un animale che si avvicina a meno di 30 metri alle persone e in modo ripetuto o che esegue attacchi deliberati».
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Toglierlo dalla natura vuol dire catturarlo o abbatterlo?
«L’abbattimento è forse il metodo migliore: se avviene in modo rapido senza causare inutili sofferenze è anche eticamente accettabile. La captivazione permanente invece va a confinare un animale selvatico e che necessita di grandi spazi all’interno di recinti ristretti. Le sofferenze sono maggiori e ci sono anche dei costi non trascurabili, risorse che potrebbero essere destinate agli altri settori».
Una posizione molto netta, la sua.
«Credo sia una posizione tecnica con basi scientifiche. Invece gli orsi sono diventati uno strumento di propaganda politica, da un lato e dall’altro. L’argomento è stato enfatizzato, volutamente drammatizzato. Noi zoologi non siamo amanti del sangue a tutti i costi, ma non possiamo ragionare emotivamente».
Cosa pensa della legge «ammazza orsi» di Maurizio Fugatti?
«Un’assurdità. Il suo piano prevede di prelevare otto orsi all’anno. Ma se in un anno nessun orso manifesta comportamenti pericolosi, perché abbatterlo? Non siamo la Slovenia che deve gestire 1.200 orsi. La posizione di Fugatti è stata qualunquista quanto quella delle persone che lo attaccano».
Quali errori sono stati fatti nella gestione degli orsi in Trentino?
«Il primo è stato aver estromesso chi si era occupato della reintroduzione degli orsi in Trentino, cioè il parco Adamello Brenta, escluso dal 2004 dalla gestione del piano. Queste persone hanno competenza operativa che sarebbe stata estremamente utile. In secondo luogo, la popolazione di orsi andava monitorata con attenzione. Non esiste dire: ’Il collare è scarico’. E poi, è stata mal gestita la comunicazione: ho cominciato a vedere cartelli sul rischio orsi solo dopo il terzo attacco».
Nel frattempo tutti hanno detto la loro.
«Tutti e di più. Con la logica della chiacchiera da bar. Per questo dico che ci vuole un approccio scientifico al problema. Non possiamo giocare agli opposti. Non c’è spazio per estremismi emotivi o propagandistici. Di queste cose devono parlare le persone che se ne occupano per lavoro, non la politica, non le micro associazioni che urlano cosa fare da ogni dove. Tutti si sentono titolati a parlare, dagli scalatori alle soubrette».
Che rischio vede in questo?
«Ad esempio la caccia all’orso, generata da un’avversione generalizzata o una gestione senza criteri.
Ripeto: prima di rimuovere un orso bisogna capire se è pericoloso e per farlo bisogna essere tecnici competenti. Un rapporto tecnico del parco Adamello Brenta riporta 350 incontri pacifici tra uomo e orso a dimostrazione del fatto che solo pochi soggetti sono pericolosi».
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