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Il delitto di Lidia Macchi resta senza colpevole, la Cassazione conferma l'assoluzione di Binda

Il delitto di Lidia Macchi resta senza colpevole, la Cassazione conferma l'assoluzione di Binda
Da: Cronaca Pubblicato In: Gennaio 27, 2021 Visualizzato: 111

Il delitto di Lidia Macchi resta senza colpevole, la Cassazione conferma l'assoluzione di Binda

Il caso Lidia Macchi è chiuso, e resta senza colpevole. Stefano Binda, il compagno di liceo arrestato dopo oltre 30 anni per il delitto della ragazza, è stato definitivamente scagionato dalla Cassazione, che ha confermato l’assoluzione decisa in secondo grado a Milano e ha dichiarato inammissibili i ricorsi della Procura generale e delle parti civili.  Nessun colpo di scena, questa volta, dopo che nel luglio 2019 la Corte d’Assise d’Appello di Milano aveva clamorosamente ribaltato il verdetto con una sentenza giudicata granitica dal sostituto pg della Cassazione Marco Dall’Olio.

“L’alibi non è stato smentito, non c'è il movente, non è suo il dna trovato sul corpo della vittima e nessuno ha individuato contatti tra Binda e Macchi la sera della scomparsa della vittima". “Sono felicissimo, è un sollievo”, ha detto il 53enne ai suoi avvocati Sergio Martelli e Patrizia Esposito. “Crediamo che durante il corso delle indagini e soprattutto dei processi non siano emerse prove a sufficienza per ritenere che Stefano Binda sia stato l’assassinio di Lidia e pertanto comprendiamo la sua completa assoluzione”, è stato il pensiero della  famiglia di Lidia, assistita dall’avvocato Daniele Pizzi. Ma resta l’amarezza. “In noi rimarrà per sempre la ferita di non aver trovato il colpevole della morte di Lidia, anche alla luce della dolorosa scoperta della distruzione e sparizione di alcuni reperti che con le tecniche moderne avrebbero potuto portare un apporto decisivo in questo percorso giudiziario”.

Il riferimento è ad alcuni vetrini che avrebbero forse consentito di individuare il responsabile, ma andati distrutti nel 2000 con un’ordinanza del Tribunale di Varese. L’omicidio risale al 5 gennaio del 1987. La ragazza, 21 anni, uscita per fare visita a un'amica che era ricoverata a Cittiglio, nel varesotto, incontra il suo assassino nel parcheggio dell’ospedale prima di fare ritorno a casa. Verosimilmente lo fa salire in auto, che verrà poi ritrovata al Sass Pinin, una collina poco distante.

Nel 2016, a oltre tre decenni da quella sera, Stefano Binda finisce in manette come da richiesta della Procura generale di Milano. A capo dell’indagine c’è il sostituto pg Carmen Manfredda, poi il fascicolo viene ereditato dalla collega Gemma Gualdi. L’uomo condannato all’ergastolo a Varese, poi la Corte d’Assise d’Appello ribalta il verdetto. Secondo i giudici di secondo grado, è l’analisi scientifica sul dna a scagionarlo: alcune tracce biologiche ritrovate sul pube della ragazza, riconducibili all’assassino, non appartengono a Binda. “La scienza ha testimoniato” a favore dell’imputato, si legge nelle motivazioni. Un altro indizio considerato “chiave” dall’accusa era il componimento poetico 'In morte di un'amica', spedito il giorno del funerale ai genitori della ragazza e considerato una sorta di confessione del killer. I giudici di secondo grado smontano il tentativo della Procura generale di identificare il poeta con il killer, e anche di attribuire lo scritto a Binda. “Non è lui ad avere lasciato tracce biologiche sulla busta spedita a casa Macchi".

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