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Phil Spector, perché il produttore «maledetto» cambiò per sempre la storia del rock’n’roll

Phil Spector, perché il produttore «maledetto» cambiò per sempre la storia del rock’n’roll
Da: Pubblicato In: Gennaio 18, 2021 Visualizzato: 443

Phil Spector, perché il produttore «maledetto» cambiò per sempre la storia del rock’n’roll

La morte di Phil Spector, geniale e maledetto produttore musicale, scomparso domenica in ospedale presuntamente di Covid dove era stato portato dal carcere dove stava scontando una condanna a 19 anni per aver ucciso l’attrice Lana Clarkson, apre il consueto interrogativo che balena in casi come questi. Vedi Michael Jackson o, mutatis mutandis, Mike Tyson. Ovvero: possono gli esecrabili atteggiamenti di un uomo pubblico cancellare il suo lascito artistico, sportivo, culturale ? Il tema è delicato, perché sicuramente l’ombra delle malefatte di Spector, di cui l’omicidio non è che il culmine di tutta una serie di condotte negative (pistole puntate ai musicisti, abusi compiuti nei confronti di diverse cantanti), si proietta inevitabilmente sulla sua opera e finisce per oscurarla. Eppure, a suo tempo, dalla fine degli anni’50 all’inizio degli anni’70, Phil Spector venne considerato un genio. Prima del suo avvento sulla scena musicale, il rock’n’roll era una questione di chitarre, bassi e batterie. Fu questo produttore di origini ebraiche a intuire che il sound scarno dei primi pionieri del genere si poteva ampliare, ingrandire, poteva prendere insomma volume. Introducendo archi, tastiere, ottoni, triangoli. Doppiando e triplicando gli strumenti classici, con effetti di riverbero e densità che avrebbero reso qualsiasi sound decisamente più corposo e radiofonico: nasceva dunque quello che sarebbe stato definito il «Wall of sound», il muro del suono. Primo manifesto di questa rivoluzione sarebbe stata «Be my Baby» delle Ronettes nel 1963 ( e una delle tre, Ronnie, sarebbe diventata sua moglie). E dopo il successo incredibile di questa, tantissimi avrebbero a ricorrere alla sue «cure», dai Righteous Brothers a Ike e Tina Turner. O quantomeno, a esserne ispirati come i Rolling Stones e i Beach Boys. E i Beatles, ovviamente: Spector partecipò al mixaggio di «Let It Be» apportando il suo metodo: vedi l’aggiunta di violini e archi alla bellissima «The Long and Winding Road» e cinquanta strumentisti alla stessa «Let It Be». Se è vero che Paul McCartney avrebbe sempre rinnegato il Wall of Sound di Spector, arrivando ad incidere nel 2003 una versione in cui tagliò tutti i suoi contributi, «Let it Be Naked», é altrettanto vero che lo stesso Paul nei concerti avrebbe suonato «The long...» proprio con gli arrangiamenti di Spector. Ma è vero soprattutto che John Lennon e George Harrison avrebbero apprezzato a tal punto il suo intervento da volerlo anche nelle successive opere soliste, «Imagine» su tutti. Ed comunque è indubitabile che, per dire, Let it Be senza quel passaggio all’organo non sarebbe la stessa canzone e che l’album, in generale, risente positivamente della ricchezza dell’apporto di Spector . E perfino i Ramones lo vorranno alle loro dipendenze una decina d’anni dopo, mentre Bruce Springsteen sempre ne riconoscerà la grandezza , anche se Spector, travolto dalle sue ossessioni e dai suoi fantasmi da un lato e dall’evolvere del gusto dall’altro (il punk da tre-accordi-tre, al netto dei Ramones, ne sancirà la morte artistica), sparirà lentamente dalla scena. Incapace forse, come ha detto l’ex moglie Ronnie, di «vivere al di fuori di una sala di registrazione» 18 gennaio 2021 (modifica il 18 gennaio 2021 | 12:21) © RIPRODUZIONE RISERVATA Let's block ads! (Why?)

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