redazione@girovagandonews.eu Whatsapp +39 (366)-(188)-545
.<Analytics.Google>.

La battaglia di Luca “Non mi sento più Paola ma il preside non ci sta”

La battaglia di Luca “Non mi sento più Paola ma il preside non ci sta”
Da: Cronaca Pubblicato In: Ottobre 23, 2020 Visualizzato: 40

La battaglia di Luca “Non mi sento più Paola ma il preside non ci sta”

Padova - La lotta di Luca parte da un manifesto appeso ai muri del liceo, con indicati i nomi dei candidati rappresentanti d’istituto. Lui ha 16 anni e ora lotta per togliere da quella parete un nome di donna, Paola, che non gli appartiene più. Paola (i due nomi sono di fantasia) oggi è soltanto un’identità sulla carta, perché la vita vera dice un’altra cosa. Ma per il preside del Tito Livio di Padova, blasonato liceo classico in cui si diplomò anche Giorgio Napolitano, fa fede soltanto l’anagrafe. «E io dovrei ristampare tutti i manifesti? Non se ne parla», ha risposto il dirigente scolastico Rocco Bello quando questo ragazzino con gli occhi neri e una forza immensa l’ha affrontato per chiedere di mettere il nome e l’identità che tutti ora gli riconoscono. Luca, appunto. Paola chi se la ricorda più. Adesso c’è uno scontro in atto: il preside non vuole sentirne parlare e Luca ha deciso che questa è la sua battaglia. Sua e di tutti gli altri transgender discriminati, derisi, osteggiati. «Ciò che più mi dispiace è che il mio coming out sia stato così, indotto da un muro eretto contro di me».

Perché muro?
«Mi ha stupito l’intransigenza del preside. E mi ha ferito per un motivo molto semplice».


Quale?
«Non credo che abbia agito per un sentimento negativo nei miei confronti, semplicemente per menefreghismo, mancanza di tatto. Non si è posto il problema».

Come ha risposto il preside?
«Mi ha detto che non avrebbe certo potuto ristampare tutte le schede elettorali. Siamo a questo: una risma di carta vale più della mia dignità».

Quale era stata la richiesta?
«Volevo che venisse tolto il nome della mia vita precedente, quello legato a una identità di genere in cui io non mi riconosco. Volevo il nome con cui mi chiamano tutti gli amici, i compagni di classe».

Come ti senti ora?
«Ferito, scosso e mi dispiace che ancora non ci sia la sensibilità per capire quanto siano delicate certe situazioni personali».

Quando è cominciato questo percorso interiore?
«Circa due anni fa, ero in terza media».

I genitori come l’hanno presa?
«Mia madre lo sa, ma non l’ha ancora digerito e per questo spesso ci scontriamo. Mio padre non sa nulla».

E gli amici?
«C’è tanta solidarietà tra noi, c’è vicinanza. Se tutti prendessero esempio da noi, dal nostro spirito adattamento ai cambiamenti che la vita riserva, ecco forse sarebbe un mondo migliore».

È un problema generazionale?
«Noi abbiamo già digerito certe dinamiche. Non dico che le diamo per scontate, ma quasi. Il problema, semmai, è delle generazioni adulte. Questo caso è emblematico: il muro l’ha eretto un adulto».

Il fatto che sia successo a scuola, ti preoccupa?
«Sicuramente è un fattore che contribuisce a far pesare ancora di più questa vicenda sulle mie spalle. Diciamo che con un po’ di empatia si sarebbe potuta gestire meglio questa situazione».

Era mai accaduto qualcosa del genere in classe?
«La maggior parte degli insegnanti è molto aperta a queste tematiche. Non ho mai avuto problemi prima».

Come cambia il tuo modo di essere dopo questo rifiuto?
«Io questo sono. Rivendico la libertà di vivere la mia vita come meglio credo, senza essere giudicato».
 

Seguici su