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La schiavitù moderna e le sue forme molteplici: interessa 40 milioni di persone, la metà lavorano per ripagare debiti

La schiavitù moderna e le sue forme molteplici: interessa 40 milioni di persone, la metà lavorano per ripagare debiti
Da: Mondo Solidale Pubblicato In: Ottobre 17, 2020 Visualizzato: 19

La schiavitù moderna e le sue forme molteplici: interessa 40 milioni di persone, la metà lavorano per ripagare debiti

ROMA - La schiavitù esiste ancora per almeno 40 milioni di uomini, donne, bambini: schiavi e schiave. Sono le persone che cuciono i nostri abiti, che raccolgono cotone, minerali preziosi, frutta, verdura in tutto il mondo, Italia compresa. Sono schiavi perché subiscono violenza, controllo, minacce e non possono decidere liberamente della propria vita. Il fenomeno, chamato schiavitù moderna, riguarda - appunto - circa 40 milioni di persone, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL). I minori rappresentano il 25% del totale. Donne e bambine sono le più colpite, si parla del 71%. E succede anche nella moderna Europa: nel Regno Unito, nel 2019 sono state identificate oltre 10.000 possibili vittime di schiavitù.

Indebitamento, traffico di esseri umani, matrimoni forzati. Le forme di sfruttamento La schiavitù moderna colpisce le persone più vulnerabili, povere, emarginate socialmente e lavorativamente. La condizione più diffusa di sfruttamento riguarda le persone costrette a lavorare per ripagare i debiti, contratti spesso a seguito di frodi: si tratta del 50% del totale. Un’altra forma diffusa è il traffico di esseri umani: prostituzione, criminalità, matrimoni forzati, traffico di organi. C’è poi la forma più antica di schiavitù, quella ereditaria, ancora presente in molti paesi. Infine, lo sfruttamento minorile, entro cui ricade non solo il lavoro ma anche il matrimonio forzato.

Una rete per combattere la schiavitù. L’organizzazione internazionale Anti Slavery si avvale della collaborazione di molte associazioni, ONG, sindacati, autorità statali, aziende, attivisti e attiviste in vari Paesi del mondo. È importante infatti adattare la risposta ai fenomeni di schiavitù, che variano da Paese a Paese. Al tempo stesso, Anti Slavery si impegna a fare pressione su governi e organismi internazionali affinché si stabilisca un mercato del lavoro libero dalla schiavitù.

In Niger e Senegal per l'istruzione a bambini e bambine. In Niger esistono comunità di discendenti di schiavi emarginate dalla collettività. Bambini e bambine non hanno accesso all’istruzione e sono fortemente discriminati. Anti Slavery e un partner locale hanno aperto sei scuole elementari, dando loro la possibilità di ricevere istruzione, proprio come i loro connazionali. I risultati scolastici si sono dimostrati superiori a quelli della media nazionale. In Senegal, invece, preoccupa il fenomeno degli allievi delle scuole coraniche costretti dai loro maestri a chiedere l’elemosina in strada. Si tratta di ragazzi provenienti da contesti rurali dove la povertà e le bocche da sfamare sono un problema. Anti Slavery lavora con un partner locale per diffondere consapevolezza nelle comunità senegalesi e per rendere le scuole coraniche un luogo sicuro.

Uzbekistan e Turkmenistan, cotone macchiato di abusi. Quello del cotone è un mercato mondiale enorme. Uzbekistan e Turkmenistan sono due dei maggiori produttori, e per far fronte alla domanda in costante aumento i governi hanno di fatto legalizzato lo sfruttamento e il lavoro forzato su scala nazionale. Tutta la forza lavoro del Paese, qualunque sia la professione, è chiamata a contribuire fisicamente ed economicamente alla raccolta del cotone. Il risultato è l’interruzione dei servizi pubblici (scuole, ospedali) e il ricatto di migliaia di uomini, donne e spesso minori, che non hanno altra scelta. Anti Slavery, insieme al partner Cotton Campaign esercita pressione sui governi locali, sulla comunità internazionale e sul mercato tessile affinché vengano spezzate le catene della schiavitù. Più informazioni: https://www.antislavery.org/what-we-do/uzbekistan-turkmenistan/

Il caporalato italiano: braccianti e rider. L’Italia, purtroppo, non fa eccezione. Il fenomeno del caporalato, lo sfruttamento a stampo mafioso di braccianti nei campi agricoli, è tristemente noto. Nonostante sia sanzionabile dal 2016, i numeri fanno impressione: sono 400.000 le persone colpite. Anche la categoria dei rider, i fattorini che eseguono consegne a domicilio, è diventata oggetto di sfruttamento. È recente la notizia che vede accusati 10 dirigenti di Uber Italy per caporalato ai danni di richiedenti asilo, truffati sui compensi e costretti a lavorare in condizioni degradanti.

L’impatto del covid-19. Cresce la povertà, cresce la schiavitù La grave crisi economico sanitaria ha colpito tutto il mondo, ma non ha avuto per tutti le stesse ripercussioni. Per chi vive in condizioni di marginalità, non ha fatto altro che aumentare la disuguaglianza e il rischio di cadere in schiavitù. Da marzo, più di un milione di lavoratori e lavoratrici in Bangladesh ha perso il lavoro nell’industria tessile. Situazioni simili si ripetono in tutto il sud est asiatico. Questo crea opportunità per i trafficanti di esseri umani e crea le condizioni per lo sfruttamento.

C’è bisogno di una legge europea per combattere la schiavitù. Quasi un anno fa, 100 organizzazioni e sindacati hanno indirizzato una lettera all’Unione Europea affinché venga introdotta una specifica legislazione per le aziende che sanzioni lo sfruttamento lavorativo. Infatti, nonostante i singoli paesi si stiano dotando di leggi anti-sfruttamento, manca una cornice giuridica comunitaria che sarebbe molto più efficace e veloce nel riformare i settori interessati.

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